Una
volta penetrato nel fegato il virus causa
una epatite acuta che però, nella maggior
parte dei casi, è asintomatica. Ciò
fa sì che la malattia possa divenire
cronica (nell'80% dei casi) senza che il paziente
se ne accorga, né possa quindi curarla
precocemente. Si stima che su 100 persone
infettate dal virus HCV solamente il 15% non
sviluppa alcuna patologia cronica liberandosi
dal virus grazie al proprio sistema immunitario,
il restante 85% sviluppa forme croniche della
malattia con complicanze che nel 17% dei casi
evolvono in cirrosi epatica, mentre nel 2%
in carcinoma epatocellulare.[1] Generalmente
i danneggiamenti al fegato non si presentano
se non dopo 10-30 anni dall'infezione. Altre
patologie possono essere correlate alla presenza
del virus C nell'organismo: ad esempio il
distiroidismo, la crioglobulinemia mista e
alcuni tipi di glomerulonefrite.
Come
già detto le forme croniche decorrono
per molti anni senza sintomi, ma talvolta
si può avere affaticamento, perdita
di appetito, nausea, debolezza, lievi dolori
addominali.
Il
test di screening per individuare gli individui
ammalati è la ricerca degli anticorpi
(generalmente con metodica immunoenzimatica,
EIA) contro il virus, in sigla HCV Ab che
sta per Hepatitis C Virus Antibody, in italiano
"anticorpo dell'epatite C". Quando
è presente significa che il paziente
è stato infettato dal virus dell'Epatite
C, ma non è in grado di stabilire quando
è avvenuto il contagio, né se
l'infezione è ancora in atto. Infatti
il test rimane positivo per tutta la vita
anche nelle persone guarite, sia spontaneamente
che con le cure.
Per
questo motivo è necessaria una diagnosi
più specifica, come la ricerca dell'RNA
del virus HCV tramite reazione a catena della
polimerasi (PCR). Tale metodica conferma o
meno la presenza del virus nel sangue e quindi
la presenza o meno della malattia cronica;
è indicata in special modo nei soggetti
positivi al test di screening per discriminare
appunto la malattia attiva o l'avvenuta guarigione
e in quelli che devono affrontare una terapia
per monitorare la risposta: la negativizzazione
di questo test fa capire che la cura è
efficace.
La
fonte di infezione è costituita da
soggetti affetti da malattia acuta, ma soprattutto
da malattia cronica. Questi spesso non sanno
di essere ammalati e possono, inconsapevolmente,
trasmettere l’infezione. Le modalità
di trasmissione dell’infezione sono
soprattutto le seguenti:
Via
Parenterale: il virus penetra attraverso punture
con aghi o strumenti infetti (tossicodipendenti,
infermieri, etc) o somministrazione di sangue
o emoderivati infetti (prima degli anni Novanta);
Via Parenterale Inapparente: il virus penetra
attraverso microlesioni difficilmente visibili
della cute o delle mucose (spazzolini da denti,
lesioni da malattie cutanee, etc.);
Via Sessuale: il virus C, sebbene con frequenza
di gran lunga inferiore a quella del virus
dell’epatite B e/o dell’HIV, si
trasmette per via sessuale. La trasmissione
per via sessuale avviene solo se durante l'atto
vi è scambio di sangue. Non sono infettanti
né lo sperma né la saliva, né
le secrezioni vaginali. Il rischio è
più basso nei partner sia eterosessuali
sia omosessuali monogami rispetto ai soggetti
con numerosi partner sessuali. In ogni caso
il soggetto infetto (monogamo o non) deve
sempre informare il partner sano della sua
situazione. La coinfezione HIV – HCV
aumenta il rischio di trasmissione sessuale
di HCV. Altri fattori potenzialmente in grado
di aumentare il rischio di infezione sono:
la presenza di altre malattie sessualmente
trasmissibili (quali ad es. herpes simplex,
gonorrea, tricomoniasi), rapporti sessuali
traumatizzanti (ad es. rapporti anali passivi)
e mancato uso del condom. Il rischio di infezione
appare più frequente nelle donne partners
di pazienti infetti che negli uomini partner
di donne infette.
Via materno–fetale: dai numerosi studi
effettuati si può stimare che il rischio
di infezione sia inferiore al 5%. Può
aumentare solo in certi casi, ad esempio se
la madre è tossicodipendente attiva
o affetta anche da infezione da HIV. Non è
mai stata dimostrata l'utilità del
taglio cesareo elettivo (cioè eseguito
prima della rottura delle membrane) per ridurre
tale rischio. Anche l'allattamento al seno
è permesso.
L'agente
causale dell'epatite C è un virus,
dotato di pericapside e con RNA a filamento
singolo ed a polarità positiva, appartenente
alla famiglia dei flavivirus. Quando entra
in circolo si lega a recettori nei tessuti
del fegato, maggiormente ai recettori delle
lipoproteine a bassa densità dd(LDL).
Si pensa che il recettore specifico sia la
molecola CD81, che è una proteina del
gruppo delle «tetraspanine», presenti
sulla superficie cellulare, in associazione
ad alcune integrine.
Si
stima che le persone infette da epatite C
nel mondo siano circa 130 milioni. Si stima
che HCV sia responsabile del 27% delle cirrosi
e del 25% degli epatocarcinomi nel mondo.
In Italia vi sono circa 1,5 milioni di persone
infette con un migliaio di nuovi casi all'anno,
per fortuna in diminuzione specie nei giovani,
grazie alle maggiori attenzioni alle pratiche
di sterilizzazione, impiego di materiali monouso
in chirurgia e odontoiatria e al controllo
delle trasfusioni. La coinfezione col virus
HIV è comune (circa il 30% dei pazienti
HIV positivi sono anche infetti da HCV).
Attualmente
sono disponibili test sierologici per rilevare
l'infezione. Inoltre la PCR può essere
usata per individuare il genotipo. Esistono
6 tipi di genotipo virale, divisi per area
geografica. Il genotipo 1a è il più
comune in Nord America mentre in Europa e
in Italia il più diffuso è il
tipo 1b.
L'infezione
si diffonde soprattutto attraverso lo scambio
di sangue (molto frequente in tossicodipendenti)
e molto più di rado per via sessuale.
Prima della disponibilità dei test,
quindi prima del 1989, era di frequente causata
da emoderivati e trasfusioni.
Anche
se epatite A, epatite B e epatite C hanno
nomi simili (dato che tutte colpiscono il
fegato) i virus sono completamente differenti.
A
differenza delle prima due per la epatite
C non esiste ancora un vaccino: questo è
dovuto alla variabilità delle proteine
virali dell’envelope (E1/E2) che permette
al virus di sfuggire alla sorveglianza immunitaria
dell’ospite, alla bassa replicazione
di HCV in vitro e alla mancanza di modelli
animali.
La
terapia ad oggi universalmente riconosciuta
come la più efficace è costituita
dall'associazione di interferone alfa peghilato
con la ribavirina.Gli studi rilevano una guarigione
stabile di oltre l'80% per i genotipi 2 o
3 del virus e di circa il 50% per il genotipo
1. Per il genotipo 1 ed il genotipo 4 (considerati
meno sensibili all'interferone) un ruolo importante
nella risposta alla terapia è giocato
dalla carica virale nel sangue prima di iniziare
la cura: i soggetti che hanno una carica virale
inferiore, pur con genotipo "sfavorevole",
hanno una risposta migliore e più rapida
alla terapia, arrivando anche al 70-80% di
guarigione (simile quindi ai genotipi "favorevoli").
Secondo uno studio presentato nel 2007 al
42esimo Congresso della Società Europea
per lo Studio del Fegato il 90% dei pazienti
ha un'alta probabilità di guarire se
sono curati fin dal primo mese di malattia
con una terapia di interferone pegilato associato
a ribavirina. È importante quindi curarsi
presto (meglio prima dei 45 anni di età)
e prima che il fegato divenga cirrotico; solo
così si ha la migliore possibilità
di guarigione. La terapia non richiede ricovero
ospedaliero ma viene gestita a casa propria,
eseguendo solo controlli mensili degli esami
del sangue.
È
importante smettere di bere alcolici, specie
durante la cura: è noto che l'alcol
favorisce la progressione in cirrosi dell'infezione
e rende il trattamento con interferone molto
meno efficace.
In
particolari gruppi di soggetti, tossicodipendenti
o alcolisti, la progressione della malattia
avviene più rapidamente. Nell'infezione
da HIV, sia per effetto primario di HIV, sia
per le alterazioni del sistema immunitario,
sia per il sovraccarico epatico dovuto a particolari
tipologie di farmaci usati nella terapia di
questa infezione, l'epatite cronica da HCV
ha una evoluzione molto più rapida
verso gli stadi più avanzati (fibrosi,
cirrosi) rappresentando un quadro clinico
di particolare importanza e di notevole impegno
clinico.
Si
trovano riferimenti a "terapie alternative"
che però si limitano ad alleggerire
il carico di lavoro del fegato ma non possono
eliminare il virus. È comunque appropriato
agire in modo di rallentare il decorso della
malattia e migliorare la qualità della
vita. Sono ad esempio da citare gli estratti
di Cardo mariano e la liquirizia dove il primo
avrebbe proprietà epatoprotettrici
e la seconda proprietà antivirali ma
tende a far alzare la pressione arteriosa.
Naomi
Judd, Pamela Anderson e Steven Tyler hanno
reso pubblica la loro malattia e le loro esperienze.
Anthony Kiedis è guarito da tale malattia.
Negli Stati Uniti 10.000-20.000 morti all'anno
sono causate da HCV. Non si conosce con esattezza
il numero reale delle persone positive al
virus HCV
In
Italia, poiché molti di coloro che
ne sono affetti non ne sono a conoscenza,
questa categoria di persone viene definita
"malati inconsapevoli". Questo è
possibile anche grazie al fatto che l'incubazione
della malattia è piuttosto lunga e
spesso i primi a presentarsi sono i sintomi
delle malattie che l'epatite C non curata
porta con sé come effetto collaterale.
In
Italia esiste una legge dello Stato, la N.
210/92, che offre un indennizzo in termini
pecuniari a tutti coloro che hanno contratto
il virus (e di cui si abbia conclamazione
accertata) da trasfusioni di sangue e/o emoderivati
infetti e/o vaccini. Sono numerose le sentenze
emesse da giudici di merito e dalla Corte
di Cassazione che riconoscono - in aggiunta
(totale o parziale) all'indennizzo previsto
dalla legge 210/92 - a soggetti che hanno
contratto tale tipo di infezione virale a
causa di trasfusioni, un risarcimento dei
danni ritenendo, quindi, colpevole il Ministero
della Salute (già della Sanità)
per omessa attività normativa e carenza
di pratica vigilanza circa la produzione,
commercializzazione e distribuzione del sangue
e suoi derivati.
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